Siamo a Racconigi (To) in una delle tante Piazze del Piemonte…
“Come la vicina piazza di Santa Maria, anche questa piazzetta ospitava il mercato delle granaglie, fulcro dell’Insurrezione del 1797. Qui, a Racconigi, l’evento assunse venature politiche particolarmente marcate, con accenni a un vero e proprio “sogno repubblicano”. Non è un caso: in tutto il Regno erano note le tendenze considerate “liberali” del principe Carlo Emanuele di Carignano e della principessa Albertina, giunta persino a essere tacciata di “princesse jacobine”.
Racconigi divenne così uno dei luoghi in cui musica, danza e politica si fusero in modo esplosivo”.
Tra i simboli più potenti di quel clima vi fu la Carmagnole, canto e danza divenuti emblema della Rivoluzione francese. Sebbene spesso percepita come espressione tipicamente francese, la Carmagnole vanta indiscusse origini piemontesi. L’autore è anonimo, ma il canto nacque con ogni probabilità nell’entourage degli emigranti piemontesi attivi nel porto di Marsiglia, impegnati nella lavorazione della canapa, fibra di cui il Piemonte era grande produttore, tanto che il Canavese deve il proprio nome a questa coltivazione.
Il termine Carmagnole non indicava solo il canto o la danza, ma anche la giacca corta in tela grezza di canapa indossata da questi lavoratori. Tale indumento venne progressivamente adottato dai “sans-culottes”, trasformandosi in un simbolo visivo e politico del movimento rivoluzionario. Canto, danza e abito finirono così per fondersi in un unico segno identitario.
La Carmagnole, composta nel 1792, presenta una melodia semplice, incalzante e facilmente memorizzabile, che favoriva la partecipazione collettiva. Il testo, esplicitamente rivoluzionario, esaltava il popolo e irrideva la monarchia:
Dansons la carmagnole
Vive le son, vive le son
Dansons la carmagnole
Vive le son du canon!
Gridi come «Ça ira!» e i richiami a Libertà ed Eguaglianza trasformavano il ballo in un vero atto politico, capace di unire borghesi, artigiani, operai e contadini in una comunità temporanea e compatta. La danza si svolgeva spesso attorno all’albero della libertà e si diffuse rapidamente non solo in Francia, ma anche nei territori annessi all’Impero, Piemonte e Torino compresi.
In provincia di Cuneo sopravvive un Albero della Libertà: un tiglio secolare di Montanera, piantato nel 1799 come simbolo della libertà repubblicana in epoca di occupazione francese. Situato nella piazza davanti alla chiesa parrocchiale, è uno dei pochi alberi della libertà piemontesi giunti fino a oggi.
L’insurrezione di Racconigi diventa lo spunto narrativo del romanzo storico “La bufera” di Edoardo Calandra, che così restituisce la forza di quei giorni:
«Qua e là si ballava la Carmagnola al suono dei pifferi, dei tamburelli e d’ogni sorta di strumenti improvvisati. Altri sopraggiungevano, si cacciavano in mezzo all’impazzata, urlando: “Ça ira, ça ira, ça ira!” o qualche ritornello straniero e rivoluzionario.
Tra la folla più fitta e più agitata, composta in gran parte di borghesi, artigiani e operai, si aggiravano uomini dalle facce losche e sconosciute e piccole accozzaglie di contadini armati di falci, forche, tridenti e randelli.
A ogni cantonata erano affissi manifesti e grandi iscrizioni: “Viva la Francia! Viva il signor generale Bonaparte! Viva il principe di Carignano! Viva la Repubblica! Libertà, Eguaglianza o Morte.”»
Da semplice danza popolare, la Carmagnole diventa così il suono stesso dell’insurrezione, il gesto collettivo attraverso cui il popolo prende parola, corpo e spazio. Un’immagine potente di quell’energia è restituita dall’illustrazione di Gustavo Rosso, detto il Gustavino (incisione Satip, 1952), che traduce visivamente il disordine, l’entusiasmo e l’utopia di quei giorni.
La versione proposta dal Gruppo Ij Danseur dël Pilon si basa sulla rigorosa ricostruzione di Yvonne Vart, fondata sulle cronache dell’epoca, successivamente adattata dal Gruppo folkloristico stesso. La Carmagnole, eseguita in piazza, si colloca così tra le versioni più accreditate e fedeli all’originale. La voce che accompagna la danza, in una delle registrazioni più celebri, è quella di Marc Ogeret (1932–2018), tra i più noti interpreti delle canzoni rivoluzionarie e di protesta.
La storia insegna, e ricordarne le epoche – gloriose o drammatiche – attraverso canto e danza significa restituire al corpo e alla comunità un ruolo attivo nella memoria collettiva.
Bruno Donna©

