Nella tradizione popolare piemontese la Masca non è soltanto una figura di paura, ma una presenza complessa e ambigua, depositaria di saperi antichi legati al corpo, alla natura, al suono e alla parola. Erbe, unguenti, rimedi, gesti e musiche costituivano un patrimonio trasmesso oralmente, spesso affidato a donne poste ai margini della comunità, temute proprio perché portatrici di conoscenze non controllabili.
La Masca più celebre del Roero è Micilina di Pocapaglia, il cui vero nome era Micaela Angiolina Damasius. Vissuta nel XVI secolo, fu una donna infelice in un matrimonio violento. La tradizione racconta che un giorno incontrò lungo un sentiero un uomo elegante che le promise protezione. Poco dopo, tornando a casa, trovò il marito morto: un evento che segnò l’inizio della sua fama oscura. Nella lettura popolare, Micilina incarna la Masca sapiente, conoscitrice di erbe e rimedi. Il misterioso incontro viene talvolta interpretato come quello con il Mascon, figura liminale che appare nei momenti di passaggio offrendo accesso a un sapere non ordinario. Si racconta che, durante il rogo, qualcuno udì un suono simile a quello di una ghironda, strumento dal bordone continuo, associato al confine tra i mondi.
Accanto alle masche temute, il folklore piemontese conosce figure di protezione. A Revigliasco d’Asti si narra de la “gent d’ij can bianch”: un grande cane bianco che appariva nei pressi di una cascina per poi svanire improvvisamente. Il cane diede il nome alla zona e alla Famiglia che più spesso lo avvistava. Nella tradizione popolare il cane bianco è simbolo di confine e custodia. Le masche erano ritenute capaci di mutare forma, assumendo sembianze animali per sorvegliare campi, strade e poderi. L’apparizione non annunciava un pericolo, ma la presenza di qualcosa da rispettare.
Altre masche sono legate al desiderio e alla perdita di controllo. Attorno alla Torre di Novi Ligure compare, secondo la leggenda, un cavaliere senza testa che cavalca nelle notti di luna piena. La tradizione lo lega a Donna Orriga, donna affascinante e temuta. La “Masca seduttrice” esercita un potere che non passa per la forza, ma per l’attrazione: la perdita della testa simboleggia la perdita della ragione, mentre canti e melodie ossessive accompagnano spesso queste apparizioni.
Esistono poi masche nate dal dolore e dall’ingiustizia. Nel 1663 Paola Cristina del Carretto fu uccisa durante una battuta di caccia; il suo assassino non venne mai identificato. Si dice che il suo spirito emerga da un quadro nel Castello di Carrù. Nella cultura popolare, chi muore senza verità può trasformarsi in presenza inquieta. Le immagini dipinte erano considerate soglie, capaci di trattenere o liberare le anime.
Un’altra figura è Chiara di Monticello d’Alba, che vide il proprio sposo ucciso il giorno delle nozze e si lasciò morire di dolore. Il suo spirito vaga ancora nel castello. Chiara non è una Masca maligna, ma una presenza silenziosa, simbolo di un sapere spezzato e mai trasmesso.
Accanto alle masche temute, la tradizione conserva la figura della Faja, la Masca buona. La Faja non porta dolci, ma sollievo: sonno, tregua dal dolore, risposte interiori. È il volto benefico del sapere popolare, quello che si prende cura senza chiedere nulla in cambio. In questa prospettiva, la Befana appare come il risultato di una lunga stratificazione di credenze affini: prima di diventare un personaggio legato all’infanzia, condivideva i tratti delle antiche figure femminili liminali, donne notturne e solitarie, capaci di portare doni o punizioni secondo un equilibrio antico. Nelle culture contadine precristiane, la “vecchia” rappresentava l’anno che muore e il passaggio verso il nuovo ciclo. Con la cristianizzazione, la Masca temuta divenne strega, quella benefica si trasformò in Befana: una sopravvivenza del sapere femminile popolare, trasfigurato ma mai del tutto scomparso.
Musica e ballo sono elementi centrali di questo universo. Nelle società tradizionali piemontesi non erano semplici divertimenti, ma strumenti di coesione comunitaria, corteggiamento, trasmissione dei saperi e relazione con i cicli naturali. Proprio per questo furono spesso guardati con sospetto religioso. Ciò che veniva temuto non era il suono in sé, ma l’uso libero del corpo fuori dagli spazi regolati. Nel mondo cattolico il ballo popolare fu tollerato ma sorvegliato; nel contesto valdese e riformato l’atteggiamento fu più rigoroso. In questo quadro la Masca diventa figura pericolosa perché conosce i ritmi, guida le danze, custodisce un sapere che non passa dalla parola scritta.
Alcuni strumenti furono particolarmente sospettati: la ghironda, il tamburo, il piffero. Strumenti capaci di creare ripetizione e coinvolgimento fisico, talvolta interpretati come forme di trance collettiva. Si racconta che, in tempi in cui la musica non era ben vista, una Masca delle valli avesse sotterrato la propria ghironda. Non la spezzò, non la bruciò: la portò di notte, lontano dalle case, e la depose sotto un vecchio castagno. Disse che lo strumento doveva dormire, non morire. Il suo suono chiamava i corpi, muoveva i passi, faceva ricordare ciò che non stava scritto nei libri.
Quando passò il Mascon, non arrivò di giorno. Passava quando le strade erano vuote e le finestre chiuse, con passi leggeri che non lasciavano traccia. Era un uomo elegante, troppo elegante per quei sentieri. Non portava polvere sulle scarpe, né fretta negli occhi. Parlava poco, ma sapeva già tutto. Alle Masche non insegnava nulla: apriva soltanto una porta, dicendo: “Se sai ascoltare, il resto verrà da sé”.
Non chiedeva sangue né giuramenti. Chiedeva silenzio. Chiedeva di stare soli. Chiedeva di non ballare quando gli altri ballavano, di non cantare quando il canto chiamava troppa gente. Si dice che, quando passava lui, la ghironda smettesse di suonare da sola: non per paura, ma per rispetto. E chi aveva ricevuto il dono capiva che quel sapere non era fatto per stare alla luce del giorno. Doveva dormire. Come uno strumento sotterrato, in attesa del tempo giusto.
Più che la musica o il ballo, ciò che veniva temuto era il loro potere di creare comunità e trasmettere saperi fuori dal controllo religioso.
Bruno Donna©

