Òh, ciàu, ciàu, Marìa Catlin-a è il recupero di una Monferrina un tempo diffusa nel Basso Canavese, dove rimase viva fino al secondo dopoguerra, prima che il ballo liscio soppiantasse progressivamente le danze tradizionali. Si tratta di una danza di coppia disposta in cerchio, caratterizzata dal cambio del partner e da un ritmo incalzante, fortemente coinvolgente.
Il termine Monferrina – come Corenta – non indica un singolo brano, ma una tipologia di danza tra le più diffuse in Piemonte e in gran parte dell’Italia settentrionale, con diramazioni che raggiungono il Vallese svizzero e la Savoia francese. La versione proposta dal nostro Gruppo Folkloristico ij Danseur dël Pilon è accompagnata da un canto conosciutissimo in tutto il Piemonte, considerato da molti “la Monferrina più celebre al mondo”, simbolo di festa, comunità e vitalità popolare.
Durante un ballo al palchetto in un piccolo paese piemontese, la bella Marìa Catlin-a diventa il centro dell’attenzione: ij Paisan fanno a gara per invitarla al primo ballo, ma lei li respinge con garbo, lasciandoli a contendersi le altre paisanòte. Spinta dalla madre, Marìa Catlin-a accetta invece l’invito di un elegante Ufissial, suscitando stupore, mormorii e un po’ d’invidia tra le altre giovani del paese.
Il brano, raccolto da Costantino Nigra e successivamente da Leone Sinigaglia, restituisce con ironia le dinamiche sociali, le ambizioni e i delicati equilibri amorosi della comunità rurale piemontese, dove il ballo è insieme rito, spettacolo e spazio di negoziazione sociale.
È proprio questo stesso canto, nato e vissuto nell’ambito della festa popolare, che conobbe un episodio singolare e inatteso di trasposizione storica e simbolica.
Quando “Òh ciàu ciàu Marìa Catlin-a” venne eseguita come inno nazionale dello Stato sabaudo, ad intonarla in Crimea, nell’agosto del 1855, dopo la vittoriosa Battaglia della Cernaia, furono alcuni ufficiali piemontesi.
L’episodio si colloca nel contesto della guerra di Crimea, quando il Regno di Sardegna, per volontà di Camillo Benso di Cavour, affiancò Francia e Inghilterra nel conflitto contro l’Impero russo. Dopo la disfatta di Novara del 1849, il Piemonte cercava un riscatto politico e militare sul piano internazionale.
Nel 1855 partì per il Mar Nero un corpo di spedizione di circa 15.000 uomini. I piemontesi si distinsero per disciplina, efficienza organizzativa e per il comportamento eroico dei Bersaglieri nella Battaglia della Cernaia.
Dopo la vittoria, durante un pranzo ufficiale tra gli ufficiali alleati e quelli russi fatti prigionieri, ciascuna delegazione intonò il proprio inno nazionale. Il Regno di Sardegna, non disponendo ancora di un inno ufficiale, si trovò improvvisamente in difficoltà.
Fu allora che il maggiore Martina, ufficiale originario di Monforte d’Alba, ruppe l’imbarazzo intonando “Òh ciàu ciàu Marìa Catlin-a”. L’esecuzione, lenta e solenne, venne ascoltata in piedi e con rispetto dagli ufficiali delle altre nazioni, che la interpretarono come l’inno ufficiale piemontese.
La scelta del canto non fu casuale. Marìa Catlin-a, oltre a essere una Monferrina diffusissima, appartiene a un più ampio patrimonio simbolico.
Nella tradizione piemontese, la figura di Catlin-a è talvolta associata alla Morte, evocata nelle forme dell’immaginario popolare e dell’iconografia medievale della “Grande Mietitrice”. Il nome Caterina viene inoltre ricondotto, secondo alcune interpretazioni, alla mitologica dea Ecate, legata all’oscurità e al confine tra i mondi.
I versi iniziali del canto alludono a una falciata metaforica, richiamata dall’assonanza con termini alpini che indicano la falce. La Morte, sempre in cerca di nuove vittime, può tuttavia essere esorcizzata attraverso il canto e la danza.
Finché la Morte danza, non può nuocere: il canto assume così una funzione apotropaica, trasformando la paura in rito collettivo. È anche per questo che Marìa Catlin-a era tanto diffusa tra i soldati piemontesi: cantarla significava affrontare il destino con coraggio, ironia e spirito comunitario.
Un canto e una danza nati nel mondo contadino che, per una sera, divennero inno di uno Stato, dimostrando come la tradizione orale possa attraversare i contesti e farsi Storia.
Bruno Donna©
Nota del Redattore
Alcuni riferimenti storici ed etnografici derivano da studi e pubblicazioni conservate presso il Centro di Documentazione Regionale – Mediateca Folk di Torino, tra cui i lavori di Rinaldo Doro, Franca e Vladi Orengo, Daniel Roux e altri studiosi del canto, della danza popolare e della lingua piemontese, tra cui Sergio Donna.

