Una famiglia tra Borgo San Paolo e la Resistenza
In via Costigliole il giorno cominciava presto.
Prima ancora che il sole riuscisse a entrare bene nei cortili, Borgo San Paolo era già sveglio. C’erano cancelli che sbattevano, biciclette spinte a mano, ferri battuti, motori che tossivano nelle officine e uomini che uscivano di casa con la giacca da lavoro già addosso.
Nelle cantine si conservavano gli ovoli di carbone. Li scaricavano attraverso le feritoie aperte sui marciapiedi e rotolavano giù con un rumore sordo, per essere poi portati negli appartamenti e bruciati nelle stufe. Nei cortili si lavorava, si stendevano i panni, si allevavano anche i colombi. Una piccionaia, una bicicletta smontata, un tornio, un banco da lavoro potevano stare a pochi metri dalla cucina di casa.
Era una Torino nella quale abitazione e lavoro non avevano ancora imparato a tenersi separati.
In quella via viveva anche la famiglia Brusa.
Il padre si chiamava Giuseppe Dario Brusa, ma nel ricordo di famiglia era soprattutto Pinot dal Bèn.
Di lui si diceva che sapesse fare un po’ di tutto. Lavorava il ferro, usava il tornio, faceva il fabbro, aggiustava biciclette. Era uno di quegli uomini ai quali bastavano poche attrezzature e le mani per inventarsi un mestiere. La memoria familiare lo ricorda anche come antifascista, costretto durante il regime ad abbandonare il Piemonte.
Il racconto tramandato in casa aggiunge un dettaglio quasi da romanzo: Giuseppe avrebbe raggiunto il Molise affrontando almeno una parte del viaggio a piedi.
Quanto ci sia di esatto, quanto il tempo abbia ingrandito quella strada, oggi è difficile dirlo.
Ma le famiglie conservano la loro storia anche così: non soltanto attraverso i documenti, ma attraverso immagini ripetute per anni intorno a un tavolo, finché diventano parte della casa.
A Guardiaregia, in Molise, Giuseppe conobbe Nicolina Romagnoli.
Lei era nata nel 1905 ed era la più giovane di tre sorelle. Aveva avuto un’infanzia dura, era stata mandata a servizio ancora bambina. Poi arrivò Giuseppe.
Nella memoria dei discendenti la loro storia cominciava con una fuitina: una partenza notturna, due giovani che decidono di andarsene insieme e una vita ancora tutta da costruire.
Prima di Nicolina, però, nella vita di Giuseppe c’era stata un’altra donna.
Si chiamava Giulia.
Di lei rimane una fotografia e una storia ancora più sfuggente. La famiglia la ricordava come una donna emancipata, politicamente attiva, quasi una “suffragetta”. Avrebbe partecipato a manifestazioni, sarebbe stata arrestata e il suo nome veniva collegato anche a via Asti, luogo che durante il fascismo avrebbe assunto, per i Brusa, un significato terribile.
Poi Giulia scomparve dal racconto.
Anche questa è una parte della memoria che chiede prudenza: forte, suggestiva, ma ancora da verificare nei documenti.
Quando la famiglia arrivò a Torino, Borgo San Paolo divenne il suo mondo.
Via Costigliole ne fu il centro.
Lì Giuseppe lavorava il ferro e aveva il suo tornio. All’inizio, secondo il ricordo di Sara Santi, l’officina era poco più di una toppia, una costruzione semplice di legno e lamiera. Poi l’attività si organizzò meglio.
Intorno c’era un piccolo universo produttivo.
Al numero 16 la memoria familiare colloca il pennellificio Cogacelli. Al numero 19 è documentata la Colombotto Rosso Stefano & Figli, attiva nella bulloneria e nelle lavorazioni metalliche. C’erano una falegnameria, laboratori, botteghe, famiglie operaie.
Bastava percorrere pochi metri per sentire cambiare i rumori.
Il legno aveva un suono.
Il ferro un altro.
Il tornio un altro ancora.
E in mezzo a quei rumori crescevano i figli di Giuseppe e Nicolina.
Filippo.
Mario.
Celso.
Teobaldo.
Domenico.
Anna Maria.
Melania.
Ci furono anche bambini che non arrivarono all’età adulta. Domenico morì di scarlattina; la memoria familiare conserva anche il ricordo di un altro figlio morto annegato.
Erano famiglie nelle quali la morte entrava più facilmente di quanto siamo abituati a pensare oggi.
Ma entrava anche la musica.
Teobaldo era quello allegro.
La madre Melania — allora ancora bambina — lo avrebbe ricordato per tutta la vita come un ragazzo pieno di energia, bello, esuberante, capace di cantare e suonare. Aveva un quaderno nero lucido, con i bordi rossi, nel quale copiava con cura i testi delle canzoni.
Suonava, secondo il ricordo familiare, anche il violino.
Nicolina aveva una bella voce, da soprano.
La casa dei Brusa, prima che la guerra la cambiasse per sempre, doveva essere anche questo: lavoro, officina, ragazzi che entrano ed escono, canzoni imparate a memoria.
Poi arrivò la guerra.
E i nomi dei figli cominciarono a separarsi dalla famiglia per entrare nella storia.
Mario Brusa Romagnoli era nato a Guardiaregia il 12 maggio 1924. Faceva il meccanico. Dopo l’8 settembre 1943 entrò nella lotta partigiana con il nome di battaglia Nando.
Militò dapprima nella Banda Pugnetto, in Val di Lanzo, poi passò alle formazioni autonome legate a Mauri.
Aveva vent’anni.
Vent’anni sono un’età strana per diventare un nome inciso su una lapide.
Il 29 marzo 1945 Mario partecipò nei pressi di Bianzè a un’azione contro un convoglio ferroviario tedesco sulla linea Milano-Torino. Venne ferito.
Tre compagni — Francesco Bena, Giuseppe Gardano e Vittorio Suman — cercarono di portarlo in salvo.
Furono catturati tutti.
La mattina del 30 marzo 1945 vennero fucilati a Livorno Ferraris.
Poco prima di morire Mario scrisse alla famiglia.
Nella sua ultima lettera chiese che il suo corpo fosse posto accanto a quello del fratello Filippo, già morto.
Quella frase basta quasi da sola a raccontare ciò che stava accadendo nella casa di via Costigliole.
Perché Mario non fu il primo.
E non sarebbe stato l’ultimo.
Anche Filippo morì nella Resistenza.
Poi toccò a Teobaldo — Teoboldo in alcune fonti — il più giovane.
Aveva circa diciotto anni.
La memoria familiare racconta che Teobaldo fosse partito volontario in Marina e che, dopo meno di un anno, avesse disertato per raggiungere i fratelli nella lotta partigiana.
Fu catturato durante un’imboscata e fucilato al Colle Braida negli ultimi giorni della guerra.
Poi tornò a casa.
Dentro una bara.
È qui che il racconto di famiglia conserva forse l’immagine più difficile da dimenticare.
Nei fori lasciati dai proiettili qualcuno aveva infilato dei garofani rossi.
Melania era poco più che una ragazzina.
Quell’immagine non la lasciò più.
Tre figli.
Filippo.
Mario.
Teobaldo.
Tre nomi della stessa famiglia.
Mentre fuori Torino si avvicinava alla Liberazione, in casa Brusa Nicolina aveva ormai perso tre ragazzi.
Dopo, raccontavano, cantò pochissimo.
Forse quasi più.
Le canzoni rimasero invece nella memoria della figlia Melania, che continuò a cantare quelle che aveva imparato dal fratello Teobaldo.
Così quel quaderno nero dai bordi rossi finì per diventare qualcosa di più di un quaderno.
Era un modo per riportarlo a casa.
Per qualche minuto.
Come accade con certi oggetti che sopravvivono alle persone e finiscono per contenere molto più di quello per cui erano stati costruiti.
Via Costigliole intanto continuava.
Il tornio riprese a girare.
Le biciclette tornarono nei cortili.
Gli operai attraversarono di nuovo Borgo San Paolo diretti alle fabbriche.
Il carbone continuò a scendere nelle cantine.
Ma per Nicolina e Giuseppe certi rumori non furono più gli stessi.
La storia, quando passa dentro una famiglia, non ha quasi mai il suono delle grandi parole.
Ha il rumore di una porta.
Di una bicicletta appoggiata al muro.
Di un tornio che per qualche giorno rimane fermo.
Di una madre che non canta più.
E di tre nomi che da una casa di Borgo San Paolo finirono nella storia della Resistenza italiana.
Bruno Donna©

