A Borgo San Paolo certe storie non cominciavano con la guerra.
La guerra arrivava dopo.
Prima c’erano le case, i cortili, il lavoro, i tram, le botteghe, il carbone accatastato sotto le tettoie, le voci che salivano dalle finestre. E c’erano famiglie numerose che cercavano semplicemente di vivere.
Una di queste era quella dei Brusa Romagnoli.
Giuseppe Dario Brusa, conosciuto come “Pinot dal Bèn”, e Nicolina Romagnoli avevano costruito la loro vita a Torino, a Borgo San Paolo. I figli erano Filippo, Mario detto Nando, Celso, Teobaldo, Domenico, Anna Maria e Melania.
Il loro mondo era soprattutto via Costigliole.
Una strada di cancelli, cortili, officine, piccoli opifici, cataste di legna e carbone. Nei dintorni c’erano il Pennellificio Cogacelli, al numero 16, e la Colombotto Rosso Stefano & Figli. Nelle cantine e nei depositi finivano gli ovoli di carbone per le stufe e la legna da ardere.
Borgo San Paolo viveva di fabbriche, biciclette, officine e tram.
I ragazzi crescevano dentro quel paesaggio.
TEOBALDO
Teobaldo era uno di loro.
Di lui rimase anche un piccolo quaderno: copertina nera lucida, bordi rossi, canzoni trascritte a mano.
Un oggetto minuscolo, ma capace di restituire meglio di molte fotografie l’immagine di un ragazzo che aveva ancora voglia di cantare.
Aveva diciotto anni.
Poi vennero l’8 settembre, l’occupazione tedesca, la Repubblica Sociale, i rastrellamenti.
La guerra smise di essere qualcosa che si leggeva sui giornali.
Entrò nelle case.
E nella famiglia Brusa entrò più volte.
MARIO, DETTO NANDO
Mario, chiamato in famiglia Nando, era nato a Guardiaregia il 12 maggio 1924.
Meccanico, entrò nella Resistenza. Passò attraverso la Banda Pugnetto e successivamente nelle formazioni collegate a Mauri.
Fu ferito, catturato e infine fucilato a Livorno Ferraris il 30 marzo 1945.
Prima di morire scrisse alla famiglia.
Nella sua ultima lettera tornavano i nomi di casa: Filippo, Melania, Annamaria, Celso.
Davanti alla morte non restavano le parole grandi.
Restava la famiglia.
Restava il desiderio di tornare, almeno con il pensiero, a Borgo San Paolo.
CELSO
Celso fu invece tra quelli che riuscirono a sopravvivere.
La memoria familiare lo ricorda come il primo dei fratelli a prendere la strada della montagna.
Suonava il violino.
La sua storia attraversò la cattura, la fuga, un salto nel vuoto durante il quale si procurò fratture, giorni trascorsi nascosto e un lungo ritorno attraverso i campi.
Riuscì infine a raggiungere casa.
La madre lo nascose in un fienile.
Dopo la guerra avrebbe portato dentro di sé il peso di quelle esperienze. Sarebbero venuti Parigi, altri incontri, altri percorsi, una famiglia.
Ma quella è già un’altra parte della storia.
Qui interessa soprattutto il ragazzo che, a differenza dei fratelli, tornò.
Maria Riva e il corpo di Teobaldo
Per molto tempo il destino di Teobaldo rimase affidato soprattutto alla memoria familiare.
Poi, attraverso la testimonianza di una donna, quella storia acquistò altri contorni.
La donna si chiamava Maria Riva, sposata Rolando.
Abitava a Giaveno, dove faceva la maestra.
Era stata anche staffetta partigiana.
Maria ricordava il percorso di un camion che trasportava quarantaquattro giovani destinati alla morte.
Quarantaquattro.
Undici per volta.
Quattro tappe.
Il percorso partiva da Avigliana e terminava a Giaveno, attraversando quel territorio che metteva in comunicazione la Val di Susa con la Val Sangone e le zone vicine alla Val Chisone.
A ogni tappa venivano lasciati undici corpi.
Al Colle Braida fu lasciato anche il corpo di Teobaldo.
Aveva diciotto anni.
Più o meno l’età di Maria.
Le autorità avevano imposto che i cadaveri non venissero rimossi per due giorni.
I corpi dovevano restare esposti.
Dovevano essere visti.
Dovevano diventare un avvertimento.
Ma alcune ragazze decisero di disobbedire.
Maria era tra loro.
Prima fotografarono quei ragazzi.
Poi cercarono di raccogliere ogni elemento che potesse consentirne il riconoscimento: il volto, il vestito, un particolare dell’abito.
Molti non avevano con sé documenti.
Un lembo di stoffa, una fotografia, una giacca potevano essere l’unico modo per restituire un nome a un corpo.
Quelle giovani donne diedero poi sepoltura ai morti.
Molti anni dopo, pensando a quel gesto, sarebbe stato naturale paragonarle a novelle Antigoni.
La ricerca delle identità fu lunga.
Maria Riva continuò a cercare.
E arrivò anche al ragazzo trovato al Colle Braida.
Teobaldo Brusa Romagnoli.
Era stato prelevato dalle carceri di Torino e portato alla fucilazione.
Il quaderno nero con le canzoni, rimasto a Borgo San Paolo, aveva così finalmente un luogo a cui ricongiungersi.
Non era più soltanto Teobaldo che non era tornato.
C’era un percorso.
C’era il Colle Braida.
C’erano delle ragazze che avevano disobbedito.
C’era una sepoltura.
E c’era soprattutto un nome restituito.
FILIPPO
Anche Filippo non tornò.
La sua vicenda resta distinta da quelle di Mario, Teobaldo e Celso e deve essere ricostruita senza sovrapporvi elementi che appartengono agli altri fratelli.
Nella memoria della famiglia, tuttavia, il suo nome sta accanto a quelli degli altri.
Tre fratelli perduti nel tempo della guerra.
Un altro tornato portandone il peso.
BORGO SAN PAOLO CONTINUA
La guerra, intanto, arrivava alla fine.
Torino visse gli ultimi giorni di aprile del 1945 dentro una città ancora pericolosa.
I tedeschi e i fascisti si ritiravano, i partigiani scendevano verso la città, ma sui tetti e negli edifici restavano ancora cecchini.
A Borgo San Paolo uno degli episodi più dolorosi avvenne in via Monginevro, quasi all’angolo con via Reano.
Il 26 aprile 1945 una donna venne colpita e uccisa.
Era il giorno dopo l’insurrezione.
La Liberazione era arrivata.
Ma si moriva ancora.
Quel punto della città sarebbe rimasto nella memoria del quartiere.
UN ALTRO MARIO
Un anno dopo la guerra, il 27 giugno 1946, nasceva a Torino un altro Mario Brusa.
Quel nome non era casuale: riprendeva quello dello zio partigiano, Mario “Nando”, ucciso pochi mesi prima della Liberazione.
Il nuovo Mario cresceva a Borgo San Paolo, in via Costigliole, dentro lo stesso quartiere che aveva conosciuto il lutto, le partenze e le assenze.
L’infanzia era ancora fatta di cortili, strada, prati e, più in là, verso Lesna, perfino di pecore: una periferia torinese che conservava qualcosa di rurale mentre tutt’attorno la città si allargava.
Anche Melania faceva parte di quel mondo familiare.
Poi arrivò molto presto il teatro.
Mario cominciò da bambino a frequentare la RAI di Torino come attore. Nel ricordo familiare, per quelle giornate di lavoro riceveva 1.500 lire al giorno.
Per raggiungere gli studi poteva prendere il tram 5 alla fermata di via Monginevro, quasi angolo via Reano.
Ed è proprio qui che il filo della memoria si stringe.
Lo stesso luogo che nell’aprile del 1945 aveva conosciuto gli ultimi spari della guerra, pochi anni dopo vedeva un bambino salire su un tram diretto verso la RAI.
Prima la paura.
Poi una corsa del 5.
Prima i cecchini.
Poi un ragazzo che andava a recitare.
Mario frequentò una scuola artistica dell’Alleanza Cooperativa Torinese, dove incontrò Eugenio Salussoglia, regista della RAI torinese.
E poco lontano da casa c’era anche il fotografo Lunezzano, in via Costigliole 11.
Era lui a realizzare le fotografie che servivano al giovane Mario per presentarsi, per accompagnare i primi curriculum e per dare un volto a quel mestiere che stava appena cominciando.
Anche questo era Borgo San Paolo: bastava percorrere pochi metri e una strada di case popolari poteva diventare il primo corridoio verso un palcoscenico.
Quella che all’inizio poteva sembrare soltanto una precoce esperienza di bambino attore diventò invece una strada vera.
Tra il 1963 e il 1966 Mario frequentò l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, dove ebbe tra i propri maestri Sergio Tofano e Grazioso Cecchetti.
Non era più il bambino che prendeva il tram per la RAI.
Era ormai un attore formato.
Da lì sarebbero venuti il Teatro Stabile di Torino, il Teatro delle Dieci, il lavoro con Erminio Macario, con Gipo Farassino, la radio, il teatro, la televisione.
Tra il 1980 e il 1990 avrebbe preso parte a “L’aria che tira”.
Poi ancora televisione, fino a “CentoVetrine”, e un’attività sempre più importante nel doppiaggio.
Mario Brusa sarebbe diventato attore, doppiatore, direttore del doppiaggio e direttore artistico.
Nel 1992 avrebbe dato vita alla Compagnia Comica Piemontese; il suo percorso si sarebbe legato anche alla scuola Sergio Tofano e alle attività di Deltafilm/VideoDelta.
E la storia non si sarebbe fermata nemmeno con lui.
Anche i figli Stefano e Angela avrebbero seguito quella strada, lavorando come attori e doppiatori.
Così, dentro la stessa famiglia, il filo che aveva attraversato la guerra cambiava forma senza spezzarsi.
Da Mario “Nando”, morto nel 1945, a Mario nato nel 1946.
Da una lettera d’addio a un copione.
Da una fucilazione a una voce dietro un microfono.
Da Borgo San Paolo alla RAI, al teatro, al doppiaggio.
E sempre, all’inizio, quella fermata del tram in via Monginevro quasi angolo via Reano.
IL FILO
Forse è proprio questo il filo che tiene insieme la storia dei Brusa.
Non cercare eroi dove c’erano ragazzi.
Non trasformare il dolore in leggenda.
Ma seguire quello che resta.
Il quaderno di Teobaldo.
La lettera di Nando.
Il violino di Celso.
Le fotografie scattate da Maria Riva e dalle ragazze delle valli perché un corpo potesse tornare ad avere un nome.
Le fotografie di Lunezzano che, pochi anni dopo, accompagnavano un altro ragazzo verso una vita completamente diversa.
E infine una fermata del tram.
Via Monginevro, quasi angolo via Reano.
Prima i colpi.
Poi, lentamente, di nuovo le voci.
Bruno Donna©
Tratto da una intervista a Sara Santi

